“…e vedrai che troverai le parole giuste!”
Orange parlava poco e picchiava duro, anonimo quanto serve, intuitivo quando serve.
Bastava poco a farlo incazzare, ma sapeva gestire la rabbia con poetica disciplina, sfoderando al momento propizio un’aggressività senza eguali.
Era una sera di primavera, il vento portava con sé l’odore dei fiori appena sbocciati, miscelato al fetore di quattro stronzi che tentarono di stuprare una ragazza nel suo quartiere e così, decise di aggregarsi alla festa giocando in difesa.
Il primo stronzo perse l’occhio destro e il testicolo sinistro, per l’occhio affondò il pollice nell’orbita oculare, per il coglione usò delicatamente la punta del piede. Entrambi gli organi cedettero per spappolamento.
Il secondo stronzo zoppicherà a vita, grazie a un ginocchio girato di oltre i 200 gradi. Il suono delle ossa e dei legamenti storpiati compose una melodia bizzarra ma comunque godibile. Il terzo stronzo potrà nutrirsi soltanto con una cannuccia, la prognosi non prevedeva la ricostruzione mandibolare dopo un danno del genere. Il quarto povero stronzo è ancora adesso in coma, ma fece tutto in autonomia. Preso dalla paura scappò e nel voltarsi si schiantò contro un palo, crepandosi il cranio… alla gang dei Fluorescenti, uno come Orange avrebbe fatto comodo.
Le punizioni dei Fluorescenti erano famose per la loro brutalità e precisione. Era una questione di disciplina e rispetto. Non che fossero dei santi, ma a nessuno si permetteva di mostrare aggressività senza il loro consenso. Portare poi indumenti di un colore simile alle giacche che indossavano, anche fossero stati i lacci delle scarpe, significava fare una brutta fine. Una volta un ragazzo si accese una sigaretta con un accendino lime e gli fu spezzato un polso per inosservanza delle regole. Persino il camioncino dei gelati dovette riverniciare l’intera carrozzeria.
Tra le varie bande in circolazione i Fluorescenti erano i più tosti, e come si diceva in gergo, non erano mai andati “col culo a terra”. Tornavano a casa con occhi gonfi, nasi rotti, costole fratturate, denti crepati, ma sempre a testa alta. Se non c’erano regolamenti ufficiali da portare a termine, nessun membro di una gang poteva aggirarsi nei quartieri di un’altra fazione. Si sconfinava giusto per fare benzina poi si doveva pisciare tassativamente nella propria tana, seppur sconfiggere prima o poi la banda di un altro quartiere, significava prendersi pure quello.
A dispetto dei Fluorescenti, Orange non amava la violenza gratuita, ma teneva alta la bandiera di una giustizia tutta sua, ciononostante fu accolto per un periodo di prova.
Piacere e timore si fondevano quando arrivava nel gruppo perché i compagni si sentivano più protetti, forti, ma allo stesso tempo minacciati da un’inevitabile sentimento di competizione, soprattutto i due capi della gang nonché padroni di un colore tanto sgargiante quanto inquietante.
Orange restava comunque disinteressato al controllo del territorio, all’onore e al dominio. Mantenere al sicuro il quartiere, era il suo unico obiettivo, specialmente per Brenda.
Brenda era un ragazza solare e determinata ma odiava la violenza, solo a parlarne, diventava aggressiva, a tal punto che Orange quasi la temeva. Un piacevole paradosso in grado di far brillare i suoi sentimenti.
Brenda diceva sempre che Orange era il suo anti stress, sapeva farle ritrovare sempre quel senso di serenità che spesso smarriva durante le dure giornate di lavoro. Lui a sua volta rideva perché da quando aveva cominciato a frequentare Brenda riusciva a contenere la sua collera anzi, quasi si scordava di cosa era capace. Quando si confrontavano su questa faccenda si sentivano leggeri, più innamorati, forse più folli.
Con la medesima follia, Orange decise di non entrare ufficialmente nel gruppo né cambiare colore della giacca, dopo che i fluorescenti gli “chiesero” di prendere una posizione precisa.
Una sera mentre si recava da Brenda con un bellissimo mazzo di rose rosse si trovò i Fluorescenti di fronte. Nulla di personale ma soltanto una rettifica gestionale, del resto non era un invito in famiglia, bensì un ordine.
Orange che a quelle cose era abituato, appoggiò le rose accanto a un muretto sdraiate, per non rovinarle. Avanzò verso i compagni sapendo che avrebbe trovato senza grosse difficoltà le parole giuste.
Fece partire il cronometro dell’orologio. Non erano in pochi ma non poteva trattenersi troppo, la cena era quasi pronta e Brenda oltre alla violenza, soffriva di una potente allergia anche ai ritardi.
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